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Gli occhi dell’organista

L’organista è un individuo strano o, perlomeno, così appare alla maggior parte della gente. Molte volte viene identificato come l’improbabile sagrestano o il maldestro autodidatta che tortura le tastiere con melodie impastate e inquietanti accordi. Spesso è avvolto dal mistero perché nascosto dietro l’altare a manovrare un macchinario che produce suoni anche a più di cinquanta metri dallo stesso esecutore; meraviglie della corrente elettrica! Insomma, l’organista è uno sconosciuto ai più così come è sconosciuto lo strumento che suona. Dal punto di vista didattico penso sia necessario andare a ridurre questa distanza anche se queste argomentazioni potrebbero apparire di parte (e probabilmente lo sono) avendo il sottoscritto studiato organo per 10 anni di Conservatorio e conseguendo il relativo diploma.

Ricordo, a proposito, tutte quelle ore passate a studiare in chiese desolate e freddissime, con i guanti tagliati sulle punta delle dita per permettere una corretta esecuzione. Ricordo discutibili parroci ai quali dava fastidio che l’organo suonasse tutte quelle ore. Qualcuno azzardava l’ipotesi che lo strumento si sarebbe rovinato. Ovviamente era vero il contrario.

Poi, quando, nei pomeriggi invernali, calava presto l’oscurità, rimanere a suonare da solo nella chiesa deserta, con la sola luce fioca sopra la tastiera ad illuminare lo spartito, era un’esperienza dai tratti agghiaccianti, e non solo per il gelo che ti entrava nelle ossa.

Per fortuna l’organista mentre suona si muove molto con le mani, le gambe e i piedi, in una sorta di autodifesa a riscaldamento autonomo. E proprio in questo aspetto sta la valenza didattica.

L’organista, quello vero, non il sagrestano di cui sopra, è un esecutore molto particolare, e pochi lo sanno. Innanzi tutto è privilegiato perché suona uno strumento antichissimo dal quale deriva tutta la letteratura degli strumenti a tastiera successivi, pianoforte compreso.

I primi organi furono costruiti nell’antico Egitto e funzionavano utilizzando l’acqua come compressore naturale dell’aria! Il pianoforte nascerà decine di secoli dopo.

Ma la particolarità dell’organista, che molti ignorano, è il suo modo di suonare lo strumento.

È l’unico strumentista che, mentre suona, utilizza le due mani, spesso su differenti tastiere, ed i due piedi per suonare su una pedaliera di legno che, di fatto, è una ulteriore tastiera. Per questo motivo gli spartiti per organo sono scritti su tre righi: due per le mani e uno per i piedi.

Non tutti sono al corrente di questa particolarità e non tutti sanno come sia complessa la grande letteratura organistica, anche dal punto di vista esecutivo. Sono necessarie talvolta abilità quasi acrobatiche e l’organista, mentre esegue le grandi pagine organistiche della nostra storia della Musica, spesso appare come una sorta di polipo impazzito. L’esecuzione organistica è quindi molto fisica e richiede una certa agilità motoria oltre alle abilità esecutive ed interpretative.

Gli occhi dell’organista sono quelli, tra i musicisti, che devono tradurre in musica il maggior numero di eventi musicali nell’unità di tempo e trasmettere al cervello il maggior numero di dati da convertire in esecuzione musicale tramite un processo motorio che investe tutti i quattro arti contemporaneamente. Per capire tale miracolo, consiglio sempre di vedere da vicino un’esecuzione professionale per rendersi conto veramente di quanto il corpo dell’esecutore  interagisca fisicamente con lo strumento. Per comprendere questo complesso processo di decodifica e trasposizione motoria che compiono gli occhi dell’organista, può essere d’aiuto vedere l’esecuzione di uo spartito in “scrolling”, nella quale si può analizzare realmente come si muovono gli occhi dell’esecutore, quante note deve decodificare in quel determinato spazio temporale e la sua trasposizione motoria alle due mani e ai piedi, per l’esecuzione. Per questa esperienza didattica ho scelto una grande composizione del repertorio bachiano. A mio avviso, è la più bella composizione organistica del genio di Lipsia: la Fantasia e fuga in sol minore (conosciuta coma ” la grande”).

La fantasia è scritta in stile improvvisatorio, molto maestoso e dai tratti inquietanti. La splendida fuga (dal minuto 5:35 del video), invece, è scritta in uno stile quasi danzante, in tonalità che definisco “bugiarda”, ovvero una tonalità minore che ha il sapore di una maggiore. Il tema della fuga è bellissimo e la costruzione della fuga è magistrale; inarrivabile per i comuni mortali.

Il rigo più in basso è quello da eseguire con i due piedi, i due righi superiori sono da eseguire con le due mani. La banda rossa che scorre sono gli occhi dell’organista durante l’esecuzione.

Mauro Giavarina, 2 dicembre 2015.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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