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L’incompiuto è compiuto.

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Nella storia delle arti ci sono innumerevoli casi di opere incompiute a causa della morte dell’autore o semplicemente perché lasciate da parte dallo stesso per motivazioni diverse.

Gli esempi più evidenti sono statue o costruzioni architettoniche perché comunque si rivelano con la loro incompleta presenza; anche alcuni dipinti sono facilmente riconoscibili nella loro espressione provvisoria. Discorso a parte per le opere musicali. In questi casi, infatti, abbiamo la conclusione anticipata o interrotta e talvolta frammenti o appunti per le parti ancora da scrivere. Anche in questo caso, è possibile comunque interagire con quanto scritto dal compositore fino al momento della sospensione, voluta o non voluta che sia.

Nelle musiche incompiute però non c’è l’evidenza della mancanza; sono opere artistiche che comunque si manifestano in una loro intrinseca completezza. Insomma, non c’è il senso del vuoto da colmare. Ascoltare il Requiem di Mozart fino al Lacrimosa  (le ultime note scritte dal compositore) non lascia in chi ascolta la sensazione di mancanza. Anzi, il brano si conclude addirittura con l’Amen: più chiusura di così! Certo, se si considera la forma del Requiem, manca ancora un bel po’ di testo da musicare. Ma, appunto, che importanza ha la mancanza del finale se già abbiamo una composizione originale e filologicamente ineccepibile fino al quel punto? Stranamente invece, nella storia della Musica, in alcuni casi, si è voluto completare ciò che il compositore aveva lasciato incompiuto. Come mai questo non accade nelle altre forme artistiche? Certo qualche chiesa o edificio antico è stato successivamente terminato, ma in questi casi si tratta più di esigenze di eleganza urbana che di interesse verso l’opera artistica. Nelle altre arti chi si immaginerebbe il completamento postumo di una statua di Michelangelo, di un dipinto di Giotto, di un film di Kubrik o quant’altro? Nella Musica è concesso. Oltre al già citato Requiem di Mozart c’è da ricordare anche il completamento postumo della Turandot di Puccini.

Riguardo il Requiem mozartiano tanto si è detto e romanzato. Ho avuto personalmente la fortuna di sfogliare l’intero manoscritto autografo di una pregiata versione fac-simile autentica che ne riproduceva perfino i colori originali. Dopo il Lacrimosa, non c’è praticamente nulla: una serie interminabile di pagine pentagrammate vuote; Il fac-simile dell’editore tedesco riproduce pure quelle! Così, dopo la morte di Mozart il completamento dell’opera fu affidato ad un suo allievo, Franz Süssmayr, mediocre compositore austriaco che visse altri 50 anni dopo la morte del maestro. Il lavoro svolto dall’allievo fu quello di utilizzare materiale mozartiano già esposto nella composizione per completare la stessa: operazione apparentemente filologica e rispettosa dell’autore, ma devastante nella sua costruzione. L’impresa mi ricorda quando da bambini, incapaci di terminare un puzzle, si cerca di incastrare i pezzi con forza anche nelle posizioni sbagliate. In alcuni casi i pezzi sembrano anche combaciare ma l’immagine che ne esce qual è? La parte non autentica del Requiem è veramente brutta anche se le note sono note di Mozart. Il problema è che quelle note non sono al punto giusto e innescano un meccanismo di ripetizione che sicuramente  l’autore, se fosse sopravvissuto, avrebbe evitato. Il finale costruito utilizzando il materiale sonoro del Kyrie iniziale è veramente inascoltabile e il quia pius est conclusivo è quasi comico con le parole latine stiracchiate sopra una melodia che non appartiene a quel testo. Mozart è inimitabile, non c’è discussione ed è proprio vero che se si sposta una sola nota tutto crolla, figuriamoci trasportando sezioni complete su testi diversi! Il Requiem di Mozart si conclude alla fine del Lacrimosa e fino a quel punto è un vero capolavoro. Il resto non è Mozart. Non ci sono altri discorsi da aggiungere né tantomeno finali appiccicati e impropri.

Ecco le ultime note originali del Requiem di Mozart:

 

Altro caso storico di completamento è quello della Turandot di Giacomo Puccini. La composizione dell’opera fu molto travagliata perché l’autore non era convinto completamente del libretto, soprattutto di quel lieto fine che strideva con la morte di Liù e che sembrava veramente fuori da ogni accettabile contesto teatrale. Puccini, malato da tempo, arrivò a completare la scena della morte di Liù mentre il finale rimase incompiuto. Per il resto, sono rimasti solo alcuni confusi appunti.

Anche in questo caso si pensò di far completare l’opera ad un allievo del maestro, Franco Alfano, che in un primo momento si rifiutò, per rispetto verso Puccini. Peccato che non rimase nelle sue convinzioni e poco dopo tempo si mise al lavoro, anche in questo caso utilizzando gran parte del “materiale” pucciniano, aggiungendo però anche un po’ di tocco personale. Il finale, però, non piacque a Toscanini che lo fece modificare a fondo, riducendolo e cambiandone la conclusione. In entrambi i casi fu, a mio avviso, una scelta abominevole. Si decise di concludere l’opera ammaliando il pubblico con la ripresa del tema di Nessun dorma in forma di finale mastodontico con cantanti urlanti che strappassero le grida e gli applausi dei melomani e con l’orchestra ai massimi decibel consentiti.

Mi ricordo che, quando studiavo composizione, uno dei miei maestri, Padre Terenzio Zardini, quando analizzava qualche mio finale eccessivo e maestoso oltre le righe mi diceva con aria sorniona e in perfetto dialetto veronese: “ Eh ma questo è un finale da su el goto (trad. alzare il bicchiere di vino per bere) oppure “ taca banda maestro!”. Ancora oggi, quando ascolto il finale di Turandot, mi ritornano in mente quelle parole!

Ecco il finale di Alfano, adattato secondo le indicazioni di Arturo Toscanini:

 

All’inizio di questo secolo, Luciano Berio decise di riscrivere il finale di Turandot. Fece un lavoro che definirei esemplare e lo proiettò in un futuro ipotetico. Infatti, se Puccini fosse vissuto ancora una quindicina d’anni probabilmente il suo stile compositivo sarebbe stato molto vicino a quello del finale di Berio. È un ottimo lavoro, intellettualmente coerente ed originale che però ha un suo valore autonomo e non inserito nell’opera pucciniana. Consiglio infatti di ascoltarlo come un’opera autonoma e indipendente. Vale la pena di ascoltare le ultime battute che si muovono completamente in antitesi al finale di Alfano.

Ecco il finale di Luciano Berio:

In conclusione, nella Turandot, Puccini si interrompe alla fine della scena della morte di Liù e, a mio avviso, le rappresentazioni dovrebbero tutte concludersi come si concluse la prima, con il direttore (che paradossalmente fu proprio Toscanini) che si gira verso il pubblico e dice: “qui l’opera si conclude a causa della morte del compositore”.

 

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